Il collezionismo contemporaneo sta diventando sempre meno prevedibile. Arte, design e alta gioielleria entrano nelle stesse raccolte e parlano allo stesso pubblico. Phillips lo racconta a Milano con The Art of Wonder, riunendo 21 creazioni Dior Haute Joaillerie firmate da Victoire de Castellane e una selezione di arte moderna e contemporanea.
Per molto tempo abbiamo pensato alle collezioni attraverso categorie precise. C’era chi collezionava arte, chi design, chi gioielli. Mondi certamente vicini, ma separati da mercati, competenze e persino rituali differenti.
Oggi questa distinzione sembra molto meno importante.
Il collezionista contemporaneo si muove con maggiore libertà e può riconoscere lo stesso interesse in un dipinto, in una fotografia, in un oggetto di design o in un gioiello. Non perché le differenze siano scomparse, ma perché a determinare il desiderio sono sempre più spesso altri elementi: la forza di un autore, la rarità, la provenienza, la capacità di un oggetto di rappresentare un momento preciso della ricerca creativa.
È in questo scenario che si inserisce Phillips con The Art of Wonder.
Presentata negli spazi milanesi della casa d’aste in occasione della Fashion Week, la mostra riunisce 21 creazioni Dior Haute Joaillerie provenienti da una collezione privata italiana e realizzate da Victoire de Castellane nell’arco di due decenni. Phillips le presenta insieme a una selezione di opere destinate alle prossime aste Modern & Contemporary Art di Londra.
L’incontro tra questi due mondi è il punto da cui partire.

Il gioiello come oggetto da collezione
C’è qualcosa di interessante nel modo in cui sta cambiando la percezione dell’alta gioielleria.
Il valore delle pietre e l’eccellenza della manifattura rimangono naturalmente fondamentali, ma non sono più gli unici elementi attraverso i quali leggere una creazione. Quando esiste una firma riconoscibile, entra in gioco anche l’autorialità.
Il lavoro di Victoire de Castellane per Dior è emblematico in questo senso.
Dal 1999, anno in cui dà vita al dipartimento di Haute Joaillerie della Maison, la designer costruisce un immaginario nel quale natura e fantasia convivono con una straordinaria libertà. Fiori, farfalle, insetti e creature marine diventano forme inattese, mentre citrini, tormaline e berilli introducono combinazioni cromatiche che hanno progressivamente definito un’estetica precisa.
Dopo oltre vent’anni, molti di quei gioielli sono riconoscibili prima ancora di conoscerne collezione, data o materiali.
Ed è proprio questa riconoscibilità a trasformarsi in valore.

Ventuno gioielli, una storia
È però osservando insieme le 21 creazioni presentate da Phillips che il progetto assume una dimensione particolarmente interessante.
Non si tratta di una selezione costruita per raccontare retrospettivamente il lavoro di de Castellane, ma di una collezione privata italiana cresciuta nel tempo. Alcuni pezzi sono unici; altri appartengono a momenti differenti della storia di Dior Haute Joaillerie.
Riuniti, mostrano ricorrenze ed evoluzioni. Il colore, la natura, le forme organiche, una certa libertà nell’accostamento delle pietre attraversano gli anni senza diventare una formula.
Ma raccontano anche qualcos’altro: lo sguardo di chi li ha collezionati.
Perché una raccolta diventa interessante quando smette di essere una successione di acquisizioni e comincia a costruire una storia. In questo caso, vent’anni di scelte restituiscono indirettamente anche vent’anni di creatività.

Phillips mette in relazione mondi diversi
La scelta di affiancare i gioielli Dior a opere moderne e contemporanee porta The Art of Wonder oltre la tradizionale presentazione di alta gioielleria.
Non occorre stabilire se un gioiello sia un’opera d’arte. È più interessante osservare come stiano cambiando le abitudini di chi colleziona.
Arte, fotografia, design, orologi e gioielleria convivono sempre più spesso nelle stesse raccolte perché il criterio non è necessariamente l’appartenenza a una disciplina, ma la qualità e la riconoscibilità di ciò che si sceglie.
Phillips sembra partire proprio da questa possibilità: creare relazioni tra oggetti differenti senza cancellarne l’identità.

La mostra milanese coincide inoltre con la nomina di Gaia Maffioli come Jewellery Specialist di Phillips, con base a Milano, dopo quindici anni di esperienza nel settore. Un passaggio che rafforza la presenza della casa d’aste nella gioielleria italiana e che trova in The Art of Wonder un debutto particolarmente significativo.
Oltre le categorie
Forse è questa la parte più contemporanea dell’operazione di Phillips.
Il collezionismo non ha più necessariamente bisogno di scegliere un solo linguaggio. Può attraversarne diversi e trovare proprio nelle relazioni tra oggetti apparentemente lontani una nuova forma di identità.
The Art of Wonder lo racconta attraverso Dior Haute Joaillerie e l’arte moderna e contemporanea, ma il tema è più ampio.
Mentre il mercato tende a organizzare tutto per categorie, il gusto personale sembra andare nella direzione opposta.
Ed è probabilmente qui che Phillips intercetta qualcosa di interessante: oggi una collezione può essere riconoscibile non perché contiene una sola tipologia di oggetti, ma perché tutti, in modi differenti, raccontano lo stesso sguardo.
Photocredit: Phillips | Alessandro Zambianchi
